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“Tanto tempo fa avevo due sorelle e vivevamo su un’isola. Eravamo io, Jeannie ed Em. Mi chiamavano Grace, ma di grazia non ne ho mai avuta molta”.
Il turno di Grace è un romanzo che si articola in fasi, un racconto di vita che attraversa infanzia, giovinezza, età adulta, tappe che segnano il percorso di una famiglia e un mondo di utopia e oscurità.
Grace e le sue sorelle crescono su un’isola al largo di Cork con la madre: quattro protagoniste di un esperimento sociologico di vita primitiva nel pieno degli anni sessanta. Le ha relegate lì il padre Tom, autore di libri di viaggio di successo, che attraverso il diario della loro vita vuole raccontare il valore di una esistenza non contaminata dal consumismo, fatta di piena sussistenza e contatto con la natura.
Sono cavie di un’utopia Hippy, Grace e le sue sorelle, che trascorrono le giornate da selvagge, senza scuola, senza orari, con pasti raffazzonati in un’apparente arcadia che le riempie di un misto di venerazione e rancore per un padre sempre assente, e presente solo con il suo narcisismo idealista, che guarda da lontano lo spettacolo che ha ideato.
“La realtà era sentire sempre freddo di notte e poi avere la fronte che scottava. E vivere sole e non sapere come comportarci quando non lo eravamo. Sentirsi al sicuro con l'oceano intorno al posto di un fossato, in un luogo dove nessuno ci guardava con invidia. Un luogo che era precario, funesto e provvisorio. La realtà era una sorta di candore simile a un sogno, un'esistenza che non aveva un oltre, un limite, e che quindi non potevamo mai trasgredire.”
È Richard a interpretare un ruolo di capofamiglia, poeta, spirito libero, fulcro delle tensioni emotive e sensuali della madre Jane e delle figlie più grandi, Jeannie e Grace. Si crea un rapporto ambiguo ma coinvolgente di sensi e parole.
Poi capita l’incidente che cambia tutto, e disgrega le strane vite dei protagonisti in una rete di sensi di colpa, dolore e bugie.
Ci sono altre due isole nelle loro esistenze: l’isola di Wight dove Tom si trasferisce con una nuova moglie, e poi Procida, nel sole italiano, dove tra pane, olive e tensioni finalmente svelate, il disfacimento raggiuge il suo apice, in un climax di rivendicazioni e accuse.
William Wall ha scritto un romanzo fatto di confronti e scontri, nel quale le fasi di crescita di Jeannie e Grace, le due voci narranti, sono dettate da ripetuti incontri, e lo fa con il coraggio di limitare al massimo i dialoghi. Alternando le due prime persone, districa la trama in una dimensione quasi mitologica, fortemente intrisa di natura, in cui il mondo di bambini scardinato dagli adulti dà origine a racconti.
Sono loro il centro dell’intensità e la chiave di lettura più profonda, tra Edipo e Elettra: ognuno racconta.
Tom con i suoi romanzi best seller, Richard con le sue liriche, la madre con le storie spettrali. Jeannie crescerà raccontando la terra, le pietre, un mondo concreto da toccare e classificare, Grace al contrario diventa psicologa, in una ricerca continua e ossessiva dentro di sé di una verità e di una responsabilità che la segneranno per sempre.
C’è chi decide di riprendere tutto, osservatore cinico e giudice, in un documentario che narra le gesta della famiglia Newman, il grande esperimento di libertà e ribellione, che ha creato vittime, che ha trasformato il romanticismo di un’idea nell’oscurità di una degenerazione, di un imbroglio.
Questa sovrapposizione continua di narratori e punti di osservazione consente a Wall di moltiplicare le espressioni e le interpretazioni della storia, fino a fare perdere loro qualunque significato, rendendo reale il senso solo di una navigazione a vista, di un caos nel quale trovare una strada, uno spiraglio di conforto.
“La lenta stratificazione di significato che è una vita vissuta, una storia narrata, dipende interamente dalla nostra vicinanza, dal nostro punto di vista, dal nostro desiderio di seguire la traccia e da fino a che punto la nostra presenza stessa alteri la situazione. È facile diventare intrusi nella nostra stessa storia.”
Il turno di Grace è una storia amara e crudele, intensa trama di imperfezioni e ricordi, di segreti e di egoismi, che porta a galla, con una scrittura curata di cesello e fortemente lirica, un mondo pieno di ostacoli dove crescere significa perdere pezzi di sé.
È un romanzo nel complesso non di grazia ma di disonestà, dove emerge il ruolo fondamentale del ricordo, che ha il potere immenso di una bomba, capace di cambiare tutto in un istante, lasciando le anime mutilate per sempre.
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