“Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi” (Karen Blixen).
Vincitore del National Book Award, il più importante premio letterario internazionale, il libro di Sigrid Nunez va oltre qualsiasi definizione, perché trascende ogni rigida impalcatura narrativa, ogni regola di trama e di sviluppo.
Tra flusso di coscienza, riflessione intima e colta dissertazione, L’amico fedele parla di letteratura, di amicizia, di amore e di morte.
Racconta il dolore umano più profondo, quello della mancanza: la protagonista ha perso il suo più caro amico. Un’amicizia di una vita. Lui era un professore di scrittura, lei una studentessa. Lui di quegli uomini dalla personalità imponente, donnaiolo e affascinante, venerato da tutti, lei arguta e talentuosa, inseparabili.
“Penso a come c’è stato un tempo in cui tu e io credevamo che scrivere fosse la cosa migliore che potessimo mai sperare di fare nella nostra vita”.
Hanno attraversato gli anni accomunatati dalla passione per il mestiere più bello del mondo, consapevoli del valore della scrittura come strumento di libertà, l’unico capace di scavare a fondo.
La scrittura con una responsabilità etica, di testimonianza, ma anche individuale, di guarigione.
Superare un dolore attraverso le parole è il compito più difficile, perché la speranza di dominare una sofferenza o un ricordo è un atto molto potente e talvolta pericoloso. Soprattutto quando la perdita è resa ancora più difficile: l’amico si è suicidato. Capire un atto, farsi una ragione di una scelta, dargli forma e significato si tinge allora di un senso di colpa e di impotenza.
“Scrivi di determinate esperienze in parte per capire ciò che significano, in parte per non perderle nel tempo. Nell’oblio. Ma c’è sempre il rischio che accada l’opposto. Perdere il ricordo dell’esperienza in sé in cambio del ricordo dello scriverne”.
L’elaborazione del lutto passa attraverso il ricordo delle parole, dette o scritte. È un percorso duro per la protagonista perché l’assenza dell’amico la porta a guardare se stessa e quello che è diventata. Il lascito del suo amico è una prova di autoconsapevolezza.
Quando la vedova, la terza moglie, la contatta, lei non immagina che la sua eredità sia anche un alano arlecchino. Un’enormità di cane, che è stato lasciato proprio a lei, che ha una casa piccola nella quale è proibito avere animali. Impossibile che il suo amico non lo ricordasse, e che le abbia destinato una tale responsabilità.
È un cane in lutto, Apollo, quando arriva mastodontico e indesiderato a casa della protagonista. Perché ha anche lui il suo dolore con cui fare i conti. Un cane ingombrante che le si stringe contro di notte, che non abbaia, che sta. E nel suo silenzio accosta il proprio dolore al suo. Così simili, quasi simbiotiche, le loro tristezze che si specchiano l’una negli occhi dell’altra, e così facendo si riconoscono.
Era Kundera a dirlo: i cani sono il nostro legame con il paradiso. È il senso della pace con noi stessi.
La protagonista si ritrova legata al grande Apollo, in una quotidianità che è fatta di sguardi, e impara ad amarlo.
L’accudimento del reciproco dolore, nella certezza del tempo che passa, è il dono di un amico fedele, e il dialogo ormai solo intimo che continua tra di loro è lo stesso dialogo di compassione che la narratrice instaura con Apollo.
Rilke diceva che l’amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano.
Come l’amore, il dolore sa esprimersi nei silenzi, che permettono di riacquistare uno sguardo sereno col passato facendo pace con il presente.
Sublime omaggio alla letteratura e insieme intensa analisi della sofferenza, L’amico fedele celebra il nutrimento delle parole come lenimento al dolore, quando sono in grado di raccontare una storia. Compiendo l’impresa ardua di parlare di perdita in modo non retorico ma denso di pensiero, Sigrid Nunez regala uno sguardo prezioso sul mondo letterario, con un bagaglio gustoso di citazioni e di meditazioni sul significato più intimo dello scrivere, firmando un’opera inestimabile.
Recensione di Francesca Cingoli