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I racconti di Giuseppe Zucco guidano il lettore sul terreno scivoloso e instabile dell’immaginifico: una dimensione altra che perde punti di riferimento, e abbandona la ragione per trovare delle coordinate nuove della realtà.
È una visione mutevole e istintuale del reale quella che prevale, nella quale la parte nascosta delle nostre pulsioni e del nostro istinto viene portata a galla, alla ricerca di un appagamento o solo di un esistere alla luce del sole.
I protagonisti dei racconti de I poteri forti sono per lo più esseri umani normali, vittime come tutti delle proprie paure, e delle ansie legate alle relazioni. La parte più nascosta del proprio io detta le regole, e i movimenti, guida nel traffico di una città, o sul cornicione di un palazzo, sulla sabbia di una spiaggia o nel buio di uno scantinato.
“Fu qualcosa che aveva già vissuto, qualcosa di cosi vergognoso da nasconderlo perfino a se stesso, qualcosa che si era annidato in fondo alla sua coscienza, e che giusto ora, come un pesciolino putrido ma dalle pinne taglienti lo risaliva per intero, bucandogli le viscere e procurandogli quella smorfia sulle labbra”.
Dare volto e corpo alla paura è un modo per conoscere meglio se stessi, ma anche per comunicare con il mondo che circonda: lo si fa col cibo, da ingurgitare o rimettere, con la violenza, con i segni tatuati sul corpo che raccontano la propria storia, con il trucco sulla faccia che lo nasconde, con scene da tracciare e cancellare, macchie sulle dita, sangue sui vestiti.
Staccarsi dalla realtà vuol dire vederla con occhi diversi, che abbracciano tutta la complessità, lasciano spazio alla visione del decadimento, della bruttezza, della bestialità dei corpi. Che però sanno abbracciare, baciare, scaldare, leccare, restituendo un’esperienza ai sensi, che viaggiano sui loro territori, lontano dalla ragione.
“E lasciarono tutte quelle orme dietro di sé, due binari su cui scorrevano tutte le loro paure - e lui pensò ai segreti, ai segreti, solo a quello. E facendosi coraggio, e guardandola di sfuggita, vide i suoi capelli impazziti scalare la corrente, e ancora di più si strinse nelle spalle”.
È questa la realtà che racconta Zucco, una realtà che acquista consapevolezza dando accesso ai propri desideri, proiettando le proprie paure su un quadro di Caravaggio, su un velo da sposa, sul volto di un naufrago. I protagonisti, tutti senza nome e definizione, vivono in un flusso continuo di esperienza, che non conosce stacchi tra sonno e veglia, tra straordinario e quotidiano, tra salamandre e pappagalli, rami tatuati e giovani ingorde.
In un flusso ambiguo, fragile come le nostre esistenze, sono le relazioni e le passioni a salvare, a condividere pietà e unione, e a trovare quell’equilibrio tra le zone più buie del nostro animo instabile.
“Con le dita costrinse la morte a uscire da quella stanza, e lui, non capendo più cos'era il dolore, rilasciò un respiro più grande”.
Quello che Giuseppe Zucco racconta è il nostro mondo, sono i nostri abissi e le nostre ambiguità: l’universo fantastico delle sue pagine restituisce complessità con l’onirico, e speranza con i sentimenti. Siamo esseri incontentabili, tormentati, in fuga continua da noi stessi.


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