“Il motivo principale per cui sono venuto qui, dissi, è che spero di trovare il tempo per le risposte”.
Il Grand Hotel Europa è un albergo maestoso e obsoleto, che conserva le vestigia di un passato glorioso nel sovraccarico di tracce e decorazioni, mobili e suppellettili di epoche lontane: sono reliquie di un fasto dimenticato, dove le sale risuonavano di feste, di frusciare di abiti da sera e di tintinnio di gioielli e cristalli.
Indefinibile nel tempo e nello spazio, tra barbagianni impagliati e vecchi libri, il Grand Hotel Europa accoglie lo scrittore ex classicista Ilja, in arrivo da Venezia.
Nel lusso impolverato della sua stanza, Ilja ha un obiettivo ambizioso: scrivere per dimenticare, fare ordine tra i ricordi per recuperarne il controllo. Da scrittore conosce il potere della pagina, e la magia della penna per combattere la nostalgia di un’ombra, che ha il nome di una musa.
A Venezia Ilja ha vissuto con Clio, nobile storica dell’arte, in un sodalizio di eleganza e cultura, di snobismo e raffinatezza che è finito, male, lasciandolo in preda alla malinconia. Un vichingo e una nobildonna, l’olandese Ilja e l’italiana Clio: con il loro abbigliamento sfavillante hanno solcato le calli, nella città più bella e più problematica al mondo. E Ilja scrivendo, ricorda.
Venezia è la cornice dorata perfetta per l’idillio con Clio, in mezzo alle fiumane di turisti bianchi e sudati in bermuda e infradito. Ma mentre loro due inseguono una maddalena caravaggesca, riflettono sulla caducità dell’arte davanti alle opere di Damien Hirst e vivono il loro amore decadente e colto, la città è svenduta alla cultura turistica, arenata in un ruolo di contenitore di storia alla mercé del visitatore. Venezia, testimonia Ilja, è un parco dei divertimenti del passato, aperto a 18 milioni di turisti ogni anno, incapace di offrire un presente ai suoi abitanti, relegati nella periferia, senza un futuro plausibile.
“La città di Venezia è come la Troia di Enea, una città che era ed è un mito. Affonda nella laguna come un ricordo scintillante della città che fu un tempo. Chi la visita, la visita in memoria dei visitatori precedenti”.
Nelle riflessioni di Ilja Leonard Pfeiffer, Venezia è simbolo dell’intero vecchio continente: un’Europa senza identità, senza un valore se non quello di un passato in vendita.
L’amore ai tempi del turismo di massa: questa la definizione che Ilja trova per un suo nuovo lavoro, un libro che indaga l’aberrazione della nuova cultura turistica, strumentale all’autoaffermazione di sé, al narcisismo edonistico enfatizzato dai social, incapace di autenticità.
Altrove, a Skopje o a Abu Dhabi, ci si fabbrica una storia fittizia, comprandola, o creandola dal nulla, rilucente e artificiosa, mentre l’Europa, fossilizzata e instagrammabile, sguazza nella nostalgia, abitata da fantasmi, e si perde un pezzo alla volta, come una nobildonna caduta in disgrazia che cede i suoi gioielli.
“Così come l'essere umano è l'unico essere vivente ad avere coscienza della propria mortalità, l'Europa è l'unico continente a sperimentare la propria decadenza e a prevedere la propria tragica caduta. È il rovescio della medaglia di un ricco passato. Chi ha conosciuto epoche gloriose giunge ben presto alla conclusione di avere già alle spalle i propri anni migliori e che c'è solo una minima possibilità che le cose tornino a essere com'erano una volta".
Nel luogo magico rappresentato dal Grand Hotel Europa, dove tutto, anche il maggiordomo, rievoca un tempo finito, Ilja conosce il giovane Abdul, con la divisa da facchino troppo larga e il cuore troppo pieno di immagini orribili. Per lui che ha vissuto la guerra e la fuga, il passato non è nostalgia ma è orrore, che non si può dimenticare ma riscrivere, facendone un poema dell’umanità.
Esistere in Occidente, invece, vuol dire ricordarsi, di se stessi e solo di se stessi, rifiutando l’altro, chiudendo gli occhi di fronte agli orrori, preservando le teche polverose del proprio museo. Come per la storia, anche l’amore esiste solo se ricordato, e rimpianto. Alla fine, ci ritroviamo a vivere in un mausoleo e a guardare anche la nostra vita, da visitatori che hanno pagato il biglietto.
Come esseri umani, sappiamo fare bene una cosa: raccontarci storie, e farne una cultura e questa di Grand Hotel Europa è una storia ben raccontata, che passa dall’invasione barbarica del turismo all’amore tra Ilja e Clio: parole e immagini escono prepotentemente dalle pagine, con una potenza singolare di pensiero e di emozione, che parte da Genova, arriva a Venezia, si inebria del romanticismo di Isola Palmaria, approda nel nulla del deserto.
“Questo libro deve diventare una dichiarazione d'amore all'Europa per quello che è stata un tempo e che, proprio per quello che è stata un tempo, in questo momento viene travolta dall'ultima e definitiva invasione barbarica. Sarà un libro doloroso sulla fine di una cultura."
Recensione di Francesca Cingoli