In questo saggio, apparso per la prima volta in The Liberal Imagination del 1950, il grande critico americano affronta il rapporto di mutua influenza tra Freud e il mondo letterario, soprattutto quello legato al Romanticismo: l'interesse per l'interiorità individuale, la ricognizione degli elementi nascosti propri del comportamento umano e il concetto di mente come entità divisibile. Tratti distintivi anche della psicoanalisi, la cui finalità per Freud, votato al razionalismo, è il controllo degli impulsi. Emerge così la differenza tra il genio creativo romantico e la nevrosi fondamentale del paziente: il primo è padrone delle proprie fantasie, il secondo lascia che lo possiedano. La descrizione freudiana dell'inconscio complica il mondo dell'artista, e l'uomo freudiano è visto come un "inestricabile groviglio di cultura e biologia".