«Il vecchio si lascia cadere in ginocchio e respira, lentamente, lasciando che l'aria che entra dilati il diaframma e plachi le dolorose contrazioni che lui non riesce a dominare. Ma inutilmente. Allora, con un gesto lento, doloroso, passa la punta delle dita sulle guance del piccolo, sozze di sangue. Lo fa con delicatezza, come accarezzasse il collo di un papavero reciso da una falce. Poi appoggia la fronte sullo stipite di metallo della porta, gelido nell'aria della notte. E, finalmente, piange. Piange fino alla dimenticanza di sé, perché per la prima volta tutto gli è sfuggito di mano. Da quelle stesse mani che ora poggiano a terra mentre l'elettricità fluisce via dal suo corpo, allargandosi sul selciato come una pozza da un otre bucato. Come un fiume, come un torrente di montagna. Come sangue che sgorga da una ferita. Erano solo dei poveretti. Non c'entravano nulla. Scorre attraverso la pelle del palmo, e sale per gli avambracci, le spalle, le vertebre del collo. Scivola sulla superficie del cranio, liquida e azzurra, inzuppa delle sue scariche la dura madre, freme nel cervello ed esplode in un lampo violaceo nel retro degli occhi. Il vecchio afferra la bottiglia dalla tasca. La porta alla bocca, la svuota, il capo reclinato all'indietro per fare prima. Quanti secoli. Sedici secoli. E per la prima volta, ha sbagliato. Un giorno un re verrà e la spada sorgerà di nuovo. Troppo lunga, quest'attesa. Sono vecchio. Svaporano in un attimo, quei sedici secoli, come una nebbiolina che si disperde nella pioggia. Come lacrime. Non c'entravano nulla, quei tre poveracci. Un attimo dopo, il vecchio sta barcollando giù per le scale, con le lacrime che continuano a solcargli le guance e si infilano in mezzo alla barba. Laggiù, nel pianerottolo, ci sono ancora le sue buste della spesa, abbandonate per terra, a fianco a una chiazza di sangue che una volta era un uomo. Le scatolette sono sparse ovunque, e le raccoglie, con le mani incerte, sentendosi sciocco. Le getta nelle borse, accucciato sul linoleum, e continua a piangere. Quando ha finito di raccogliere, si guarda attorno: non è rimasto niente, gli sembra, ha raccolto tutto. Allora fruga nelle borse, una è zeppa di tetrapak di vinaccio, di quello che serve solo a stordire. Con le mani che gli tremano, ne apre una. E se la versa in gola, quasi con urgenza, tremando. Tutta, finché non è finita. E poi ne apre un'altra, e la ingoia così, per intero. Senza prendere fiato. E una terza. Ingoia senza pensare, con gli occhi chiusi e il volto rivolto in alto, perché scenda più veloce e bruci via tutto. E zittisca quella voce che gli rimbomba nelle orecchie e ora gli sta dicendo di pensare alla missione, di scappare, che così rischia di compromettere tutto… ma il vecchio continua a bere, o meglio a ingoiare vino, ostinato. Un attimo dopo, il vecchio non ha più un nome. Casomai l'avesse mai avuto, un nome ultimo, uno vero. Uno che, a pronunciarlo in silenzio, tra sé, nella solitudine della propria stanza, nelle sere di inverno, significhi altrettanto io. Che significhi io, per quanto un nome possa, per quanto sia soltanto una piccola imitazione del destino. Intanto, un attimo dopo, lui non c'è più. È assente dalla sua testa, e dal suo nome, è assente al dolore»