30/10/2006
Di scs
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Dalla lotta al fascismo e dalla guerra di liberazione il Pci ricava la convinzione che sia possibile limitare, se non abbattere, il potere del capitalismo e dei ceti sociali che lo rappresentano. Pertanto, nel 1943-1945 si combina la politica delle alleanze (estesa ai sei partiti-DC, Psi, Pri, Pli ecc.-del Comitato di Liberazione nazionale e del governo) con una guerra civile spietata contro i fascisti e i loro alleati nazisti.
La guerra di liberazione diventa lunga e si proietta ben oltre il 25 aprile 1945. Le armi, soprattutto da parte dei comunisti, non vengono consegnate alle autorità statali e a quelle alleate.Si contano a diverse migliaia le vittime di processi sommari, di delitti e di vendette che, soprattutto in Emilia Romagna, insanguinano il dopoguerra. Il gruppo dirigente, come nel caso della Volante rissa, ne è un testimone muto, se non un protagonista furtivo.
Questa continuazione della guerra civile significa che per il Pci non ci fu, come spesso sostiene la storiografia comunista,una scelta immediata e definitiva per la democrazia politica. La via parlamentare, cioè il metodo costituzionale per il socialismo, venne sancito solo nel 1956, all’VIII congresso.
I comunisti italiani erano dei rivoluzionari e non dei riformisti, dei marxisti-leninisti e non dei liberal-democratici. Pertanto, furono attenti a studiare i rapporti di forza per decidere fin quando, anche grazie agli equilibri internazionali tra Stati Uniti e Unione sovietica, e alle tensioni interne tra l’avventurismo insurrezionalistico di Tiro e le cautele di Stalin, la via parlamentare potesse conciliarsi con l’obiettivo della conquista del potere.
Salvatore Sechi, avvalendosi anche della sua esperienza di “ospite ingrato” nelle fila del Pci, documenta il volto oscuro dei comunisti, cioè l’insieme delle azioni che furono predisposte sia per lastricare la via all’instaurazione di un regime socialista sia per difendersi da un’eventuale messa fuori legge del partito, come chi