«Innocenti mastica lo sradicamento del Novecento, ne porta cioè l'ingombro, la fame di significazione, ficcandosi in un raro lavoro linguistico, che fruga l'umano come per suggere un rimasuglio di siero, scampato all'alienarsi. È un poeta scomodo, che niente cede a formule d'effetto o a tentazioni di esito. Il suo continuo ostinato rilancio scaturisce da affacci di disfatta, scagliandoci in un corpus muscolare, che si esaspera per strapparsi via, dai medicamenti, dai dettami di sopravvivenza, per quel poco che non si trattiene, vivo» (dalla prefazione di Chiara Guarducci)