Julian è in balia di tutto, non sa controllare niente, tranne la sua fame, per questo la conserva. Finché ha fame nient’altro può fargli del male.
Ha diciannove anni, Julian, e i capelli azzurri, quando scende dall’aereo che lo ha riportato a Milano: un anno a Tokyo, una valigia piena di snack stravaganti, la maglietta a maniche lunghe. Così nessuno gli guarda le braccia, la pelle.
Milano è per Julian una terra di spaesamento, patria di memorie sconnesse e dolorose, che hanno il volto della madre suicida, e del fratello Christian, bellissimo e sfuggente, una star di Instagram capace di trasformare la sua sindrome bipolare in una tendenza che macina follower: Bisexual. Bipolar. Wait in the fire.
Milano è estate, caldo afoso, ore trascinate a mangiare ghiaccioli colorati con l’amica cinese An, a chattare con il mondo, tutti vicini, relazioni virtuali multilingua. Milano va stretta a chi ha conosciuto Tokyo, e si era abituato a una tranquilla invisibilità.
Julian vive una sua identità fatta di non definizioni: non cerca il sesso né con An né con altri, ha un corpo attaccato che non conosce e che non accoglie, ma la parola con la A non la pronuncia. Anoressico vuol dire etichetta, e a Julian le etichette non piacciono, sono parole che ingabbiano.
Il suo corpo è un’immagine, un’effigie segnata col pennarello, fotografata e postata sui social. Il suo corpo è un messaggio, che la rete raccoglie, facendosene seguace.
Volevo dirti che anche se non mi conosci, io sento di conoscere te e di riflettermi in te come non mi rifletto in nient’altro.
Il mondo di Julian è fatto di velocità, di musica k-pop, di immagini fluo e messaggi lanciati alla rete. Un malessere reso accettabile dalla musica, e dalle persone che lo capiscono, e lo condividono: tra queste Cloro, una youtuber seguitissima, amica e confidente, iperattiva in un mondo che l’ha resa protagonista e nel quale si sente a suo agio, una comfort zone nella quale essere se stessa, la se stessa che desidera, capelli rosa e occhiali da sole con gli unicorni.
Quella sono io. Sono i miei pensieri, per quanto stupidi o banali. Quindi, anche se mi buttassi, non riesco a immaginare che in effetti morirei. Alla fine io mi sento più vera online che offline.
Tra Instagram, Twitch, YouTube il mondo è un vortice inesauribile di parole e di immagini, dove anche il dolore diventa fotogenico, e sottrae ogni bisogno legato al fisico, al concreto: Julian non mangia, in una ricerca di trasparenza incorporea che non conosca dolore o ferite, renda più forti, intoccabili. Il suo corpo non è lui, il suo corpo è solo riduzione, un oggetto senza una persona dentro.
Ci sono uomini più grandi di lui a prenderlo per mano e ad aiutarlo ad affrontare se stesso, Leo, il cassiere saggio e Dante, proprio l’uomo che sa cosa è successo davvero. La memoria ha il volto di Dante e il sapore di un frappè alla fragola e da qui Julian può iniziare a ritrovare la sua consistenza.
Una scrittura rapida e intelligente, quella di Eleonora C. Caruso, che è brava e attenta a parlare con modernità di relazioni umane, a far funzionare gli ingranaggi di una comunicazione sempre più veloce e istantanea, raccontando con emozione la difficile impresa dell’attraversare il dolore per trovare il proprio posto nel mondo.
Oh no love, you’re not alone.
You’are watching yourself but you’re too unfair…
Recensione di Francesca Cingoli